Categoria: Utilità

  • Dove le organizzazioni sbagliano nella selezione (e perché)

    Le organizzazioni non hanno difficoltà a trovare persone. Hanno difficoltà a sceglierle nel modo giusto.

    È un passaggio sottile, ma fondamentale. Perché tra “riempire una posizione” e “fare una scelta efficace” c’è tutta la differenza tra un inserimento che funziona e uno che, nel tempo, crea solo fatica.

    Nel lavoro quotidiano nella selezione, alcune dinamiche si ripetono. Non dipendono dalla mancanza di competenze, ma da processi poco strutturati o da una visione non sempre allineata tra le persone coinvolte.

    I tre errori più comuni

    1. Processi non chiari

    Quando il processo di selezione non è definito, ogni passaggio diventa negoziabile. Chi coinvolgere, quando dare feedback, su quali criteri decidere: tutto cambia di volta in volta.

    Questo genera rallentamenti, ma soprattutto perdita di credibilità. I candidati percepiscono subito quando un’organizzazione non ha una direzione chiara, e internamente aumenta il rischio di decisioni incoerenti.

    2. Troppe opinioni, pochi criteri condivisi

    La selezione non è mai un processo individuale. Coinvolge più persone, spesso con ruoli e prospettive diverse.

    Il problema nasce quando manca un linguaggio comune di valutazione.

    In questi casi, ognuno osserva aspetti diversi, attribuisce peso a elementi differenti e arriva a una conclusione coerente…ma solo dal proprio punto di vista. Il risultato non è un confronto strutturato, ma una sovrapposizione di opinioni, e la decisione finale diventa difficile da sostenere perché non si basa su criteri condivisi.

    Strutturare la valutazione significa definire criteri chiari, costruire una scala di lettura comune e creare momenti di confronto basati su elementi osservabili. Non elimina la soggettività, ma la rende consapevole e gestibile.

    3. Confondere urgenza e priorità

    Non sempre il problema è la fretta. Spesso è la mancanza di chiarezza su quanto quella posizione sia davvero strategica.

    Quando una ricerca viene trattata come una necessità operativa, si riduce il livello di attenzione, si accorciano i momenti di confronto e si prende una decisione “sufficiente” invece che efficace.

    Ma ogni inserimento ha un impatto. E alcune scelte, anche se urgenti, richiedono più tempo, non meno.

    Distinguere tra urgenza e priorità significa comprendere il peso reale del ruolo, dedicare il giusto livello di approfondimento e proteggere la qualità della decisione, anche sotto pressione.

    Un inserimento non efficace non è mai un evento isolato.

    Ha un impatto sul team, sull’organizzazione del lavoro, sulla motivazione delle persone. Può creare squilibri, rallentamenti e, nel tempo, anche disallineamento rispetto agli obiettivi.

    E soprattutto, richiede un nuovo investimento: tempo, energie, attenzione.

    Selezionare male non è solo un errore. È un costo che si ripete.

    La selezione non è un’attività operativa. È una leva strategica.

    È il momento in cui un’organizzazione decide chi entrerà a far parte del proprio equilibrio, chi contribuirà ai risultati e chi influenzerà, nel tempo, il modo di lavorare degli altri.

    Trattarla come un’attività accessoria significa sottovalutarne l’impatto.

  • Il valore delle persone: engagement e commitment nelle organizzazioni

    Nel dibattito sulle organizzazioni si parla spesso di motivazione, engagement e commitment delle persone. Eppure chi si occupa di selezione del personale lo osserva spesso: tra i motivi che spingono le persone a valutare nuove opportunità di lavoro emerge con frequenza il desiderio di sentirsi riconosciute e valorizzate professionalmente.

    Non si tratta solo di gratificazione personale o di feedback positivi. Valorizzare le persone significa riconoscere competenze, legittimare i professionisti nel proprio ruolo e offrire prospettive di crescita coerenti con il loro contributo.

    Cosa emerge nei colloqui di selezione

    Nell’esperienza quotidiana di selezione del personale emerge con frequenza un elemento ricorrente. Molti candidati non valutano nuove opportunità esclusivamente per motivi economici. Spesso emerge piuttosto la percezione di non essere valorizzati nel proprio contesto professionale.

    Durante i colloqui emergono spesso situazioni come: percorsi di carriera percepiti come bloccati; competenze maturate ma poco riconosciute all’interno dell’organizzazione; difficoltà nel confrontarsi professionalmente con i propri responsabili; mancanza di prospettive di crescita nel medio periodo. Quando queste condizioni si protraggono nel tempo, anche professionisti inizialmente motivati iniziano a interrogarsi sul proprio futuro e a valutare nuove opportunità.

    Engagement e commitment: due concetti spesso confusi

    Nel contesto organizzativo si utilizzano spesso termini come engagement e commitment, talvolta come se fossero sinonimi. In realtà indicano aspetti diversi dell’esperienza professionale delle persone. L’engagement riguarda il coinvolgimento nel lavoro quotidiano: l’interesse, l’energia e la partecipazione che una persona mette nelle attività che svolge. Il commitment, invece, riguarda il legame con l’organizzazione: il senso di appartenenza, il desiderio di restare e di contribuire agli obiettivi dell’azienda o dell’ente. In altre parole: l’engagement risponde alla domanda “quanto sono coinvolto nel lavoro che faccio?” il commitment risponde alla domanda “quanto mi sento legato all’organizzazione in cui lavoro?”.

    Nell’esperienza di selezione accade spesso di incontrare professionisti che mostrano ancora un buon livello di engagement nel proprio lavoro, ma un commitment sempre più fragile verso l’organizzazione. È proprio in queste situazioni che emerge più frequentemente il desiderio di cambiamento professionale. Quando il valore delle persone viene riconosciuto e valorizzato, entrambe queste dimensioni tendono a rafforzarsi: cresce il coinvolgimento nel lavoro e si consolida il legame con l’organizzazione.

    Il valore del riconoscimento professionale

    Il riconoscimento professionale non riguarda soltanto la soddisfazione individuale. Ha effetti diretti anche sul funzionamento delle organizzazioni. Quando le persone si sentono riconosciute nel proprio contributo professionale si osservano spesso tre effetti positivi: maggiore responsabilizzazione – le persone tendono ad assumersi con maggiore naturalezza responsabilità e iniziative quando percepiscono fiducia e riconoscimento – miglioramento dei processi: chi si sente valorizzato è generalmente più coinvolto e propenso a contribuire al miglioramento delle attività quotidiane – maggiore stabilità organizzativa: il riconoscimento del valore professionale favorisce un clima di fiducia e riduce il rischio che le persone cerchino altrove ciò che non trovano nel proprio contesto lavorativo.

    Chi lavora quotidianamente su una funzione possiede una conoscenza diretta delle dinamiche operative. Valorizzare queste competenze permette di migliorare metodo, qualità e risultati. Il riconoscimento professionale contribuisce a rafforzare il legame tra persona e organizzazione, riducendo il rischio di perdita di competenze e know-how.

    Un aspetto spesso sottovalutato

    Al contrario, quando il valore delle persone non viene riconosciuto, il rischio non è soltanto la demotivazione. Il rischio più rilevante è perdere iniziativa, idee e capacità di miglioramento che le persone portano con sé nel lavoro quotidiano.

    Le organizzazioni non crescono esclusivamente grazie alle strategie o alle strutture. Crescono soprattutto grazie alle persone che ogni giorno contribuiscono al funzionamento dei processi e allo sviluppo delle attività.

    Una responsabilità organizzativa

    Per questo motivo valorizzare le persone non dovrebbe essere considerato un gesto occasionale o un semplice strumento motivazionale. È piuttosto una responsabilità manageriale e organizzativa. Perché quando il valore professionale viene riconosciuto e responsabilizzato, non cresce soltanto la persona. Cresce l’intera organizzazione.